Static Image

Il crowdfunding e l’insegnamento del film “El cosmonauta”

Posted by Michele On maggio 22nd, 2013 / No Comments

La biennale d’arte di Venezia, oppure gli  studi di uno studente. Un documentario sull’omosessualità negli USA o uno spazio verde nella piazza vicino a casa.Un’opera d’arteuna pista ciclabileun’impresa o alcuni progetti della valle d’Itria in Puglia.

O un film da 400mila euro come El Cosmonauta!

Basta scegliere cosa supportare e con pochi semplici click dal conto corrente uscirà la somma stabilita.  Grazie a quel grande o piccolo gesto si darà una mano concreta a ciò che riterremo più somigliante all’idea di mondo cui aspiriamo. Senza aspettare il permesso di nessuno, prendendo parte ad una delle più significative rivoluzioni degli ultimi tempi.

In linea con le dirompenti innovazioni delle tecnologie della comunicazione, ma anche con la tradizione mutualistica di fine ottocento, il crowdfunding deriva dall’unione della parola crowd (folla) con funding (finanziamento) e permette, attraverso il web, di raccogliere fondi attraverso l’unione di donazioni, solitamente di piccola entità, versate dagli utenti che, insieme, arrivano alla cifra necessaria per avviare l’iniziativa.

Forse la parola utente in questo caso è davvero riduttiva, visto che crowdfunding è strettamente collegato a un’’idea di comunità e di mutualismo che su wikipedia viene definito, nei termini più generici, come “la stretta relazione fra oggetti, azioni o persone diverse, per trarne un beneficio reciproco”.

I così frequenti ed eterogenei esempi di progetti che innescano pratiche di crowdfunding evidenziano una crisi di tutte le forme di finanziamento classiche e top down: le risorse sono sempre più risicate e i processi per accedervi spesso troppo lunghi e burocratici. Moduli, garanzie impossibili e tempi biblici. Nel crowdfunding assisitiamo a processi collettivi liquidi, resi possibili dai media sociali e dalla comunicazione orizzontale.

Il resto dell’articolo lo trovate su pionero.

La comunicazione istituzionale e la pagina facebook del sindaco Renzi

Posted by Michele On maggio 10th, 2013 / No Comments

Il collegamento diretto tra politico e cittadino è arena su cui ci giochiamo molto: di fondo c’è un nuovo rapporto e l’arena dei media sociali diventa nodo democratico e nuovo spazio civico che può contribuire a migliorare la nostra qualità della vita per hackerare le nostre città. Sia come cittadini attivi come sensori sia come appassionati di innovazione dei processi ci sono piattaforme e metodi su cui riflettere. Si parla di democrazia.

Su questo credo sia importante soffermarsi su un post di Luca De Biase che cita l’account facebook di Matteo Renzi relativamente al caso della donna ridottà in schiavitù che grazie a segnalazioni e ad investigazioni della polizia municipale fiorentina, è stata liberata in quanto si era scoperto che era in condizione di semi schiavitù.

Rileggendo il post di Luca mi trovo d’accordo su tutto ma allargo lo sguardo e mi chiedo: ma la macchina amministrativa?

La pagina facebook del Comune di Firenze usa altri toni ma non sembra sia il punto di riferimento civico.

Il punto di smistamento rassicurante nei toni e nei risultati (a quanto pare) è il canale personale di Renzi (che poi mi chiedo: da chi è gestito?).

Sto chiedendo una riflessione sulla differenza tra comunicazione istituzionale/pubblica e comunicazione politica/personale.

Renzi può fare quel commento sia perché ha macchina comunale si è attivata sia grazie ai cittadini che usano la sua pagina fb come servizio di relazioni con il pubblico.

Ma le garanzie e processi standardizzati che invece l’URP del pubblico deve avere che fine fanno? Aggiungo che so perfettamente che l’URP avrebbe avuto tempi e modi da istituzione novecentesca mentre Renzi sa muoversi e dare priorità tipiche del capo ma mi chiedo: è corretto nel medio periodo?

Non stiamo personalizzando troppo i processi? Non è la macchina amministrativa a dover essere innovata? E la legge 150 che divide comunicazione politica e comunicazione istituzionale non dovrebbe essere rinnovata?

Credo che dovremmo stare attenti a possibili derive populistiche senza fermare l’innovazione pensando al bene del paese che passa attraverso l’innovazione della Pubblica Amministrazione.

Credo fermamente che sia dentro al PA il nodo: lì ci devono essere risorse, sopratutto umane, volte all’ascolto, al monitoraggio e all’innovazione.

Le invasioni digitali come metafora del paese

Posted by Michele On maggio 1st, 2013 / Commenti disabilitati

Siamo il paese con il più grande patrimonio culturale. E da sempre ci diciamo che non siamo capaci di valorizzarlo.

Fino a poco tempo fa questa affermazione era vera ma ora lo è parzialmente perchè  abbiamo un esempio concreto: ora abbiamo invasioni digitali che, di fronte alla comunicazione turistica nazionale, credo sia un’ottima metafora del paese.

Non mi stancherò mai di ripeterlo: fuori dalle istituzioni c’è molta più innovazione che dentro. I media sociali ci aiutano ma di fondo c’è quella energia che ha fatto nascere i movimenti mutualistici di fine ottocento.
Quelli che non aspettavano lo stato e si autoorganizzavano per espletare un bisogno.

Certo, qui parliamo di turismo quindi non c’è emergenza, ma lo schema regge.

Quindi, capaci di mobilitazioni collettive, che oggi definiamo di prosumerism, Invasioni Digitali è una campagna nazionale collettiva che si basa su forme di cittadinanza attiva.

Di fronte a istituzioni lente e giurassiche, che difficilmente riescono a valorizzare le energie disponibili e che spendono risorse ingenti senza risultati, ecco l’ennesima prova che fuori delle istituzioni c’è più innovazione.

Nulla di personale: sono un professionista che lavora all’interno di una PA e so bene le criticità nell’essere pionieri all’interno di sistemi costruiti nell’800. E non sarà l’ultima volta che ne parlo. Ma come mettere a sistema questa energia e queste iniziative?

Il resto lo trovate su pionero.it.

Pensavo di essere un cittadino consapevole e invece vengo considerato un virus

Posted by Michele On aprile 20th, 2013 / Commenti disabilitati
Queste elezioni del Presidente della Repubblica sono il punto di non ritorno.

Da sempre sostenitore della partecipazione, dell’accountability  e della trasparenza, sono stupito, deluso e incazzato di fronte al comportamento dei nostri rappresentanti riuniti per decidere il Presidente della Repubblica.

Ma parlando stamattina con Francesca (leggetevi il suo primo post su che futuro …) ho capito che abbiamo una grande opportunità.
Siamo di fronte ad un punto di non ritorno.
Forse avremo un Presidente della Repubblica eletto con metodi che non riconosciamo ma oramai il re è nudo. E mi vien voglia di lavorare al domani.
Figli di sistemi opachi, tra franchi tiratori (miopi) e voto segreto, i grandi elettori si barcamenano usando strategie e dialettiche figlie del secolo scorso.
Credono di poter decidere senza rendicontare e raccontare le loro strategie.
Credono di aver a che fare con cittadini passivi nel ricevere  decisioni.
Ma sbagliano.

Se prima dell’epoca dei media sociali, della società dell’informazione, vigeva la cieca delega che dava potere assoluto ai rappresentanti, ora, di fronte alle sezioni occupati del maggior partito italiano, come non accettare di sperimentare nuove vie?
Di fonte alle migliaia di mail mandate ai parlamentari cercando dialogo e pro Rodotà, molti grandi elettori si son sentiti attaccati: pensavo di essere un cittadino consapevole e invece vengo considerato un virus…pazzesco!

Su questo il partito M5S ha indicato la via.
C’è poco da dire: ovviamente chi mi conosce sa che sono molto critico verso come gestiscono il carisma pop di Grillo per creare consenso ma partiamo dal loro uso della rete.
Seppur controllato e usato in modo assolutamente non trasparente, con derive populistiche in agguato, credo fermamente che il loro uso del web sia da seguire.
Ci ho provato con il Pd che vorrei ed infatti ho dato fastidio. Pensavo di aver innescato qualcosa, ma ero troppo fiducioso.
Ma sono convinto ( e chi mi conosce sa che non mollo) che, anche in politica, aprire le stanze dei bottoni, può essere l’unico modo per ridare vita ad organismi pensati nell’800.
Strada, Gabanelli, Fo e Grillo son d’altronde personaggi televisi che godono di popolarità grazie ai vecchi media: su questo avverto il vero pericolo nell’uso di consultazioni pubbliche.
Ma, detto questo, siamo di fronte ad una dialettica che dal basso cerca vie di comunicazione non previste.
Cominciamo a prevederle?
Dobbiamo ripensare il sistema di collegamento tra rappresentanti ed elettori.
Dobbiamo hackerare le isituzioni per salvarle.

Dobbiamo aprire spazi di dialogo senza andare oltre il rispetto del mandato imperativo. Può tornare utile ciò che scrissi poco tempo fa scrissi sulla gestione delle città e sull’uso dei media sociali.
Forse è colpa della mia generazione che non ha ancora capito che il paese siamo noi.
Ma dovremmo cominciare ad essere meno educati verso le istituzioni…
ps: era un bel po’ che non scrivevo nel mio blog…mi mancava!

Con i media sociali possiamo hackerare le città

Posted by Michele On marzo 24th, 2013 / Commenti disabilitati

Ogni giorno, mediamente, 40.000 persone scelgono di affittare 1 delle 250.000 camere disponibili su Airbnb (fonte economist) scegliendo tra 30.000 città e 192 paesi: senza gerarchie e intermediazioni, il sistema vive grazie a dinamiche tipiche dei media sociali, tra peer to peer e reputazione.

Di fronte a questo caso emblematico, possiamo pensare di organizzare lo sviluppo e la gestione dei territori con un’idea di cittadini passivi nel ricevere informazioni?

Questo l’incipit di un mio articolo uscito su ForumPA: ecco qui l’articolo completo.

OpenBTO

Posted by Michele On dicembre 5th, 2012 / Commenti disabilitati

Tornato dal BTO come sempre carico di input.

Aiutandomi con tweet, foto e link, aggiungo i punti che mi porto a casa:

il format: credo non ci siamo altre iniziative con questo approccio in Italia. Molti video e infografiche con effetto da show accompagnati da contenuti di qualità e da formazione.


Vorrei un BTO sulla PA, sulle PMI e su tutti i settori dove non si è capito che la musica è cambiata da un pezzo. Serve innovazione.

Cassetta per gli attrezzi: per me che faccio della formazione una condizione sine qua non, per me che vorrei un Manzi nel 2.0, per me che fin dalla mia prima edizione del BTO (3 anni fa) suggerii di creare anche una linea di alfabetizzazione digitale di base, è la base su cui costruire.

Come deve usare i social media una Pubblica Amministrazione per promuvere il turismo? Qui il ppt di Vincos.

L’esempio Australiano ancora una volta ci indica che è la partecipazione dei cittadini la strada da percorrere. Non basta lanciare una contest eh, ci vuole strategia e visione.

Aggiungo un estratto di un post di Iabichino su caso concreto, vicino a noi e davvero emblematico: una pagina su Facebook per promuovere, attraverso la fotografia, l’Abruzzo, solo attraverso la collaborazione di migliaia di persone e senza istituzioni, conta su 90.700 utenti “davanti come numeri a progetti di promozione turistica nati da grandi investimenti come Visit Trentino o Turismo Emilia Romagna”.

Booking pubblici: di sicuro vann0 ripensati. Manca un pò di trasparenza visto che non è chiaro il ritorno dell’investimento: mi rendo conto che in Italia dare tutto in mano ai privati equivale ad esternalizzare ad aziende private estere, ma il pubblico è capace di interporsi?

Recensioni on line. I dati ci parlano di come siamo e di cosa ci piace condividere. Aspetto di vedere le slide per approfondire.

Il mondo di AirBnB e simili. Dal numero di tweet è evidente che questo panel mi è piaciuto. La disintermediazione è forte e il senso di smarrimento delle classiche strutture ricettive è lampante: non si tratta solo di web perché, come dimostravano le osservazioni puntuali di Monica Fabris, c’è una visione più sociale-sociologica di fondo. Ricordo un suo intervento del BTO 2011 che andava nella stessa direzione.

Brand Italia e la presentazione della ricerca brand national index. Perdiamo 5 posizioni in 1 anno.

Per i commenti, basta un tweet di Gluca.

I festival e la promozione turistica: al prossimo che mi propone una campagna noiosa, gli faccio vedere alcuni numeri del distretto fiandre…

Webbing rank dello Studio Giaccardi Associati: quando il progetto di promozione turistica on line, nasce dai numeri e dallo studio, analizzi 22 strategie web europee, le racconti e le compari. Complimenti.


Mention speciale ai premi alle strutture ricettive per la presenza sui social. Come vedete dal mio tweet, parteggio per questo video che rispondeva ad alcune recensioni su tripadvisor: davvero un caso studio.

Per finire, da frequentatore e amante del BTO, mi permetto 2 consigli:

fact checking: mi piacerebbe che ci fosse uno staff dedicato a verificare i dati che vengono sparati dai relatori. Credo potrebbe essere veicolo di qualità e credibilità. Altrimenti finiamo per legittimare la dialettica top down.

e-goverment: credo fermamente, e come professionista credo di dimostrarlo, che il web non sia solo storytelling e condivisioni social. Credo al web come piattaforma ablitante di processi di intelligenza collettiva. Al BTo 2013 vedrei bene un panel dedicato agli open data per esempio. O un Hackathon.

Finisco con 3 link, due dei quali non turistici:

video della polizia belga sulla privacy e l’uso dei nostri dati on line. Grazie a Mirko Lalli che l’ha fatto vedere in un panel.

slide di Fabio Lalli su come far diventare la propria azienda porn: non è porno eh…

video su Matera: Micaela Bandini si conferma con il suo progetto can’t forget it e poi Matera è magica.

Ecco, devo dire che la Basilicata è stata un pò la protagonista di questa BTO.

Prossimo anno vorrei che anche Bologna dicesse la sua, visto abbiamo news dal lato turismo.

Spèrem!

Un nuovo modo di comunicare le imprese

Posted by Michele On ottobre 28th, 2012 / Commenti disabilitati

Innovazione, storytelling delle imprese e made in Italy: di ritorno dal CNANext 2012, l’evento organizzato da CNA giovani, emerge con forza l’urgenza di una critica alla comunicazione delle imprese. O per meglio dire all’immaginario in mano ai mess media.

A margine dell’evento, alcune chiacchere con Stefano Micelli, autore di Futuro Artigiano, Andrea Di Benedetto, presidente di CNA Giovani, Gianpaolo Colletti di AltraTV e Francesca Mazzocchi (messaggio diretto per Francesca: quante volte dovrò citarti da questo post in avanti?) di CNA Toscana mi hanno ancora una volta evidenziato che il nodo sembra attorcigliarsi attorno al racconto e agli strumenti da utilizzare per far emergere le qualità, gli sforzi ed il peso delle storie delle migliaia di piccoli imprenditori-artigiani che fanno la ricchezza del nostro territorio e della nostra economia.

E, visto che la mia linea di ricerca parte da lontano, prima con Italoblog ed ora ItaliaGermania, mi torna in mente questa intervista fatta nel 2009 a Trencin, vicino Bratislava, Slovacchia. A parlare è la responsabile di uno stabilimento di medie dimensioni, attivo nella filiera della moda.

Era il tempo degli attacchi alla delocalizzazione, non si parlava ancora della crisi e le imprese venivano raccontate in modo davvero parziale: ero agli inizi del progetto Italoblog, il blog della Camera di Commercio Italo-Slovacca, e il mio intento era, attraverso un uso evoluto dei media sociali, di far emergere le storie, i racconti e  le sfumatore di chi costruisce, giorno per giorno, il Made in Italy.

Racconta la tua storia d’impresa, del tuo modo di internazionalizzare, dimmi quali sono i punti di forza e di debolezza del sistema Italia, come può esserti utile una Camera di Commercio e la comunità italica, erano le linee guida che volevo emergessero. Attraverso incontri anche intimi e senza intermediazioni, i protagonisti raccontavano ciò che è davvero una impresa che internazionalizza, che innova e magari si riposiziona.

Questa linea di ricerca ora continua con la Camera di Commercio Italiana per la Germania.

I risultati sono davvero ottimi e i cambi dal contesto slovacco a quello tedesco sono notevoli, ma mi voglio soffermare sull’alone che con cui solitamente i media mainstream italici disegnano le piccole e medie aziende.

Ritrovo la discussione in CNA parlando di piccole imprese: la leggerezza con cui viene raccontato il 90% delle aziende italiane, in una posizione sempre supina di fronte alla grande industria italiana, è evidente.

Mai un accenno al peso nel PIL italiano e sempre un posizionamento davvero marginale, che magari sfocia nel “che carino”, che di fronte alle discussioni su FIAT, ALCOA, ILVA e sulla grandi industrie che, alla, luce di dati e del panorama economico globale, saranno sempre più in difficoltà, appare davvero paradossale.

Come uscirne?

Bastano mappe per far emergere la massa critica delle piccole e medie imprese?

E che ruolo hanno i social media?

Su questo, i movimenti politici hanno aperto delle vie: Niki Vendola in Italia ma Obama nella campagna del 2008, per esempio, hanno costruito i loro successi nonostante i mass media li snobbassero. Anche alcune aziende lo hanno capito.

Come promuovere un palinsesto diverso?

Gli strumenti e dati messi in campo parlano di trasparenza e l’accountability dei processi e progetti, ma qual è il peso nel mass market? Possiamo aprire processi di partecipazione, capire come sviluppare processi di intelligenza collettiva, con numeri anche considerevoli ma come uscire e fare bridging? Come creare ponti?

Come dar peso a queste storie nell’opinione pubblica e competere con i principali quotidiani o i telegiornali? Be your media si diceva negli anni 90…

Dal video di Trencin, Slovacchia, arriviamo a questo documentario che credo possa rappresentare un punto utile a costruire il nuovo modo di raccontare la nostra cultura del lavoro che, dopo anni di analisi e parole, credo sia il vero valore aggiunto del bel paese nel bel mezzo dell’economia globale. 

Non si tratta di storytelling d’impresa perchè credo sarebbe riduttivo: è l’arte del documentario, del far emergere la verita, gli occhi e i pensieri di gesti che vengono da lontano, a prendere l’attenzione.

L’arte del saper fare è unita all’arte del saper raccontare ponendo l’acciaio, le mani e le persone avvolti in una atmosfera mitologica. La qualità del mezzo è impressionante ed è chiaro che l’imitazione e la produzione seriale, di fronte a questi gesti, appaiano perdenti indicando gli elementi caratterizzanti del Made in Italy.

E qui mi ricollego al CNAnext2012, ed in particolare all’intervento di Ted Polemus sul posizionamento del Made in Italy: certo, non rimaniamo ancorati al suo incipit visto che ha citato l’atmosfera felliniana ma come possiamo raccontare l’arte della saldatura, e potremmo dire del cucito, dell’intarsiatura fino ad arrivare alla scrittura di codice informatico?

Cosa ci manca se non la volontà di utilizzare i media in modo contemporaneo? I contenuti ci sono e i mezzi anche.

Vedetevi questo storify (una collezione dei tweed emersi dall’evento) del secondo giorno di CNAnext2012: ciò che per me è evidente è che dobbiamo muoverci ed usare il tempo presente, ed anche qualche imperativo!
La chiusura del post va a Zeman che con questo consiglio, tronca ogni possibile dubbio.

L’e-democracy è una cosa seria

Posted by Michele On settembre 24th, 2012 / Commenti disabilitati

Il tema è attuale e mi vede direttamente coinvolto.

Prendo come spunto una mia intervista uscita su Skynews24 in merito a #ilPDchevorrei, progetto su cui tornerò a breve.

Quindi leggetevi l’intervista e poi tornate qui!

La prendo lunga partendo dai cambi economico sociali che hanno partecipato a creare le premesse per una riscoperta di antichi valori: l’individualismo, forse uno degli atteggiamenti tipici degli anni ’80, ha perso il passo a favore di pratiche che arrivano a mettere gli scambi non market al centro.

Quanti progetti e azioni viviamo che non comportano la circolazione di denaro? E’ l’idea di bene comune che ci lega?

Credo di dire una cosa abbastanza evidente perché tra la riscoperta di mercati rionali e a Km 0, gruppi di acquisto solidale, condomini con zone in condivisione, parchi gestiti dai cittadini, sembra di tornare a ciò che nasceva verso la fine dell’ ’800 lungo la via Emilia, e non solo.

Avete visto Novencento, il film di Bertolucci?

Sto parlando dei movimenti mutualistici. Da lì voglio partire.

Alex Giordano a Matera collegando l’idea di smart city al ruolo delle communities attive sul territorio, mi ha riportato a galla questa idea che porto da sempre con me. Ricordo anche Monica Fabris, all’ultima edizione del BTO,  che citava i legami delle community turistiche peer to peer come couchsurfing, riprendendo i viaggi dei nostri nonni, che andavano solo verso destinazioni dove avevano parenti o amici.

Antichi valori riscoperti da nuovi strumenti? O da nuovi bisogni? O dalla crisi?

Non solo riscoperti, ma anche reinventati: potrei citare la community nata attorno ad arduino, o più in piccolo il progetto GrandTouristas.

Nuovi strumenti che cambiano l’ecosistema. Nuovi strumenti che mutuano l’etica della rete e della condivisione e la trasportano nell’economia reale. Forse la cambiano?

E’ collego l’idea di cooperazione alle community on line.

Già con TagBoLab, in merito alle classificazioni delle community on line emiliano romagnole,  tentai di approfondire il legame tra partecipazione on e off line.

Ricordate il bilancio partecipativo di Porto Alegre? Son passati oramai 15 anni ma ora con i media sociali il passo è molto più abbordabile. E passa da qui.

Da professionista all’interno del Comune di Bologna, riprendo quel filo cercando nuove vie per far partecipare i cittadini alle scelte. Lavoriamo spesso ai limiti del possibile (1200 questionari compilati parlando di pedonalità e vivibilità, usando un semplice googledoc)  e sono consapevole che..siamo all’ABC ma che la direzione presa è quella giusta.

Anche quando collaboro con le imprese, l’idea è la stessa, visto che penso sempre a come coinvolgere consumatori, clienti o prosumer che siano, e ci sono cittadini sempre più disponibili a co-creare.

In questo ampio spazio,  dentro e fuori le stanze dei bottoni, verso metà novembre ci sarà una sorpresa grazie ai ragazzi della RENASSCHOOL . Li ho conosciuti a Matera, ci siam piaciuti e ora ci stiamo divertendo cercando di costruire qualcosa che possa servire ai pionieri delle PA che innovano. Vedremo dove arriviamo, ma sono fiducioso.

Lo stesso Governo Italiano con le sue consultazioni pubbliche ha creato dei precedenti. Che non bastano…ma butta via :)

Abbiamo avviato una pratica e c’è una letteratura precisa. Potremmo citare il Comune di Chicago. O Torino con il fantastico progetto lanciato di recente “adotta una fontana pubblica”.

Il punto è che troveremo sempre più progetti che delegano ai cittadini servizi e attività ma troppo spesso siamo lontani dalla democrazia partecipativa, in cui si è parte attiva nella gestione e decisione della cosa pubblica in un ciclo continuo. E non solo ogni 4 anni con una X.

Magari non solo con il come ma anche con il cosa: tornerò poi ma la differenza tra porre domande aperte o chiuse ai cittadini, appare fondamentale.

Per aggiungere legna al fuoco, come se non bastasse, nel tempo libero (averne) ho appena lanciato, riprendendo finalmente l’intervista, ilpdchevorrei che si presenta così:
“Vogliamo favorire la partecipazione diretta all’elaborazione e alla discussione politica per parlare di idee, progetti e sogni. Siamo convinti che dall’apertura, dalla partecipazione e dalla valorizzazione dei beni comuni dipenda il nostro futuro e la crescita di una cittadinanza consapevole“.


Assieme ad altri 3 don Chisciotte ci siamo lanciati in questa operazione fatta di sogni.

Partiamo da lontano, parliamo di dna, di circoli da far rivivere, di pratiche e intelligenze da valorizzare. Di una storia sogna di collegare il mutualismo di fine ’800 alla condivisione 2.0.

“Sogniamo un luogo dove le idee circolino con la logica “open”, riutilizzabili, a disposizione di tutti per far si che #ilpdchevorrei diventi aggregatore di intelligenze collettive che possano cambiare in meglio il mondo in cui viviamo. Sogniamo di creare un ambiente che favorisca l’emersione di messaggi e progetti che disegnino un partito aperto, ecologista, solidale, democratico, partecipato”.

Ma va detto che #ilPdchevorrei è lontano dall’idea di e-democracy: si tratta di un esperimento, forse davvero di un atto civico, che ha il pregio di lanciare un sasso ma che non ha l’obiettivo di essere strumento di gestione politica. Il sito è usabile e gradevole nel design, risulta simpatico insomma e visto che quando il PD va on line di solito ci si mette le mani nei capelli, direi che è già un passo avanti. I numeri ci dicono che siamo credibile. Almeno fin’ora :)

E poi non è caduto dall’alto: per questo parliamo di innovation without permission.

Ma posso dire che la partecipazione dovrebbe essere nel dna del PD? E quindi perché non stiamo sperimentando qualcosa qui e ora? Ne abbiamo di cose da dire.

Per esempio di fronte alle celebrazioni di liquid feedback, la piattaforma web usata dei pirati tedeschi, possiamo dire qualcosa?  Con il processo di delega rischiamo di riportare on line delle dinamiche da clan. Quante deleghe avrebbe un capo carismatico, per esempio?

Il cosìdetto proxy voting in un contesto come quello italiano rischierebbe davvero di farci tornare indietro. Siamo consapevoli che l’e-democracy può essere un’altra cosa?

Su questo dibattito, devo citare Alberto Cottica e Pietro Speroni e le tweettate sempre più frequenti sul tema, che diventano momenti di progettazione condivisa e aperta.
Qui torno al nocciolo della questione: il reale spazio partecipativo dei cittadini trova nelle tecnologie dell’informazione un nuovo upgrade qualitativo e quantitativo. Uno spazio abilitante?

E non parlatemi di esclusione digitale visto che oramai solo il 50-60% della popolazione italiana vota abitualmente ma nessuno parla di esclusione politica. Poi leggetevi questo post di Alberto.

Le domande che dobbiamo porci sono molte. Un sistema è scalabile, cioè esiste un limite quantitativo entro il quale il sistema regge?

E’ neutro, cioè una proposta di un semplice cittadino può avere spazi di dignità parti a quelli del politico con un solido clan alle spalle?

Un comitato di residenti coeso attorno ad una causa, ipotizziamo per esempio la chiusura dei locali in una determinata zona, come può essere coinvolto senza prese di posizione a priori, senza che una determinata idea sia votata come fosse una scelta di campo? E il dibattito di una strada può essere aperto anche ai frequentanti notturni oltre che ai residenti?

Quali sono gli strumenti che abbiamo a disposizione? Personalmente vi anticipo che assieme a dei pazzi, sto creando una cassetta degli attrezzi in cui proverò ad elencare, ovviamente in modo aperto chiedendo a tutti voi una mano, dei tools a disposizione.

Ma per chi volesse approfondire, ecco la lezione di Pietro a Matera, alla Summer School di Rena.

Davvero notevole: l’e-democracy  senza matematica, non esisterebbe.

Davvero notevole: prendete pop corn e mettetevi comodi.

A scuola di buon governo e cittadinanza responsabile

Posted by Michele On agosto 10th, 2012 / Commenti disabilitati

Ogni estate è occasione di pensieri, di letture e di riposo e spesso c’è il momento in cui molti di noi programmano il nuovo anno lavorativo con la famosa lista dei buoni propositi.

Anche’io non fuggo dall’idea e settembre, che oltre ad essere il mese del mio compleanno non a caso è il mese della semina, quest’anno mi accoglierà, nonostante la siccità e la crisi economica sociale,  con un meeting che si prospetta ricco di stimoli e nuovi link.

E così parte il mio 2012-13.

Buon Governo e Cittadinanza Responsabile“  rivela l’ambizione della Summer School di RENA e “nasce dalla convinzione che il miglioramento della qualità della democrazia e della pubblica amministrazione siano nelle mani dei cittadini. Gli spazi concessi oggi alla cittadinanza nei processi decisionali e nella vita democratica vanno però ripensati accuratamente, massimizzando gli incentivi ad una partecipazione di qualità e minimizzando il rischio di processi ingessati o inconcludenti. Gli obiettivi dalla Summer School RENA sono, nell’immediato, la sensibilizzazione dei partecipanti ad una cultura della responsabilità nella cosa pubblica, la conoscenza delle opportunità che le nuove tecnologie offrono in questo ambito e la consapevolezza delle esperienze di successo (e di insuccesso) da cui trarre insegnamento. In un’ottica di più lungo periodo, RENA si propone di formare il primo nucleo di una generazione di cittadini responsabili ed impegnati nel perseguimento del buon governo, capaci a loro volta di sensibilizzare e coinvolgere altri cittadini in iniziative e progetti di interesse comune“.

Queste le premesse della Summer School di RENA che, evidentemente, non ha paura di volare alto e a cui parteciperò come docente.

Qui trovate i miei illustri colleghi e qui il programma: molti docenti sono compagni di merende, altri li conosco per la mia vita nell’online, ma è evidente la qualità degli interventi.

Come perdersi Davide Agazzi, Annibale d’Elia, Alessandro Fusacchia, Luca de Biase, Roberto Battaglia, Carlo Andorlini che parlano di  Startup, territori, innovazione e sviluppo?

Io di cosa parlerò?

Assieme a Marcello Urgo, Mariella Stella di RENA, con cui in questi mesi ho discusso di piattaforme e partecipazione,  rifletteremo, con approccio laboratoriale, su strumenti 2.0 e qualità della democrazia.

Se non conoscete RENA vi invito a seguirli visto che, di questi tempi, abbiam bisogno di persone e di reti che con coraggio e ambizione, parlano di meritocrazia e trasparenza perchè “La Rete per l’eccellenza nazionale (RENA) è un’associazione indipendente e plurale, animata da giovani che operano con merito nei diversi settori pubblici e privati, a livello locale, nazionale,europeo e internazionale, e che vogliono fare dell’Italia un paese aperto, responsabile, trasparente, equilibrato”.

L’ultima cosa da sottolineare per andare oltre le parole? La raccolta fondi in crowdsourcing.

Mica pizze e fichi si direbbe a TagBoLab.

Wikicrazia e la banana dei velvet underground

Posted by Michele On giugno 12th, 2012 / Commenti disabilitati

Da ieri è uscita la nuova versione di Wikicrazia!

Credo sia uno dei libri che ho più consigliato ma ora, che mi ritrovo ad essere uno dei coauturi, non posso che esserne felice. :)

D’altronde avevo fatto parte dei wikicratici, uno di quelli del nocciolo duro, uno di quelli che in wiki we trust insomma: quelli che ogni giorno, in ogni progetto, sembra che “aprire le porte” sia diventata la missione.

Quelli che ci si sente un pò pirati di fronte a dirigenti 0.2 , quelli che ogni conversazione è preziosa, quelli che magari c’è qualcuno che ha qualcosa da dire, quelli che si scompone ciò che “è sempre stato così”.

Grazie alle reti sociali che trovano nel web lo spazio e lo strumento abilitante.

Poi, una volte che si apre, indietro non si torna e, spesso, si hanno delle sorprese: non si tratta di consenso ma di intelligenza collettiva diceva David Osimo all’ultimo ForumPA.

Se poi vediamo i numeri, raramente ci troviamo di fronte a enormi masse attive nel proporre e partecipare ma sempre più spesso attiviamo un senso di appartenenza e di apertura…se poi arriva quell’1% che propone e ti cambia prospettiva, bingo!

Sul libro parlo del percorso partecipato dell’Agenda Digitale di Bologna: un progetto che mira a far diventare Bologna più smart e inclusiva, con un approccio sostenibile a base ITC.

Questi alcuni numeri del processo che racconto nella mia piccola parte di wikicrazia:

1 blog dedicato
9 eventi promossi dall’agenda digitale (con media di 80 persone) di cui 4 sono "i giovedì dell'agenda digitale"
30 eventi patrocinati
70 proposte arrivate sul form on line
700 tweets con la hashtag #agendadigitalebo
12 membri del comitato scientifico
1 garante della partecipazione

Queste le parole di Alberto Cottica ,apparse ieri sul suo blog, che presenta la nuova edizione:

“Ho deciso di pubblicare Wikicrazia Reloaded in formato e-book. Lo trovate qui su Amazon a 3 euro, senza DRM e con licenza Creative Commons.

Ci sono molti contenuti nuovi: una nuova prefazione di Riccardo Luna e una decina di articoli scritti da Fabrizio Barca, Alessio Baù e Paola Bonini, Matteo Brunati, Michele D’Alena, Fabio Fornasari e Antonino Galante, Matteo Leci Cocco-Ortu, Francesco Pesce e Ida Leone, Dimitri Tartari e Massimo Fustini, Alessia Zabatino, tutte persone che hanno usato il libro come un manuale d’uso per mettere in pista operazioni di open government”

Approfitto per riportare un pezzo della intro in Alberto: mi piace la sua sfrontatezza  nel rivendicare pratiche e progetti: non è forse la presunzione di cambiare il (proprio) mondo che ti permette di farlo? Poi vale la pena solo per aver messo wikicrazia assieme ai velvet underground…

Wikicrazia rimane attuale (purtroppo). Delle moltissime istituzioni pubbliche del mondo, alcune hanno varato leggi per garantire l’accesso all’informazione generata dalle amministrazioni; altre hanno pubblicato dati in formato aperto; altre ancora hanno dato vita a interessanti esperienze di collaborazione con i cittadini. Pochissime hanno fatto tutte e tre le cose; praticamente nessuna ha applicato tutti e tre principi in tutte le aree in cui è attiva. La grande maggioranza delle istituzioni di governo nel mondo è in una situazione analoga a quella descritta nel libro.

Wikicrazia non è una profezia, ma un manuale d’uso. Se alcune cose in questi anni sono cambiate nel senso indicato dal libro non è per effetto di forze misteriose e impersonali che sono riuscito a decifrare, ma perché persone coraggiose e intelligenti si sono impegnate per rendere l’azione di governo più aperta e più informata. Alcune di queste hanno usato il mio libro per trovare conferme e orientare il loro impegno: io questo lo so perché, nell’anno e mezzo trascorso dalla pubblicazione dell’edizione di carta, ho ricevuto tantissime email, messaggi su vari social network e telefonate di persone che, dal libro, avevano tratto ispirazione e motivazione per proseguire sulla loro strada di cittadini attivi, funzionari pubblici innovatori, politici impegnati nel rinnovamento.

Wikicrazia non è certo un bestseller: l’edizione di carta ha venduto mille copie. Eppure, a modo suo, è un libro che ha esercitato e continua ad esercitare una piccola influenza su alcune persone, un po’ come il primo disco dei Velvet Underground, quello con la banana in copertina: la prima edizione ha venduto pochissimo, ma si racconta che tutti quelli l’avevano comprata abbiano fondato una propria band. Ha anche aggregato una piccola comunità di lettori molto avanzati, il Nocciolo Duro: da quando mi sono trasferito all’estero sono loro a occuparsi delle presentazioni italiane.

Quindi, sento il libro come ancora molto vivo. Questo mi ha spinto a metterne insieme l’aggiornamento che state leggendo. Al testo del 2010, che ho lasciato intatto, ho aggiunto una serie di brevi saggi di amici e colleghi che hanno condotto in prima persona o studiato da vicino alcune delle esperienze “wikicratiche” dell’ultimo anno e mezzo. Sono loro i protagonisti di Wikicrazia reloaded: io ho messo insieme il libro, ma loro, insieme, stanno scrivendo la storia di questa nuova fase delle politiche pubbliche italiane. Il loro segreto è semplice e grande: hanno guardato il proprio Comune, o la propria Regione, o l’agenzia governativa per cui lavorano con occhi nuovi e si sono detti “io ci provo”. I wikicratici indicano la strada a tutti noi: non ho parole per esprimere l’orgoglio di avere, nel mio piccolo, contribuito a dare loro strumenti per farlo”.